OSSESSIONE 2016: UNO SGUARDO AL NUOVO TREND SOCIAL
Non è passato neanche un mese dall’inizio del nuovo anno e sembrerebbe che il 2026 abbia già esaurito la sua attrattiva. Da qualche settimana infatti i feed e le storie di Instagram e Facebook sono invasi da foto risalenti al 2016.
10 anni dopo, il 2016 riemerge improvvisamente nella memoria collettiva come un anno spartiacque, un momento storico ben definito in cui regnavano spensieratezza e leggerezza.Su TikTok, l’hashtag #2016 supera 1,7 milioni di video, accompagnato da un aumento delle ricerche del 452% nelle prime settimane del 2026.
Filtri vintage, selfie con orecchie da cane e jeans super-skinny tornano ad apparire sugli schermi dei nostri cellulari catapultandoci nuovamente in un mondo lontanissimo, non solo nel tempo ma anche sul piano ideologico.
Non è semplice nostalgia, il 2016 riappare ovunque, come se fosse stato l’ultimo anno abitabile prima che qualcosa si rompesse del tutto. Una sorta di celebrazione collettiva di ciò che non può più tornare, quasi un bisogno disperato di rifugiarci dove ci sentivamo al sicuro.
Abbiamo dunque trasformato il 2016 in un luogo simbolico, uno spazio, l’ultimo, in cui tutto appariva leggero, lento e meno carico di conseguenze irreversibili.
Il trend “2026 is the new 2016” intercetta un sentiment collettivo preciso: l’urgenza di disinnescare le tensioni recenti e tornare a una comunicazione più spontanea.
Nel 2016 la pandemia di Covid-19 non aveva ancora ridefinito i social, mancava anche la sensazione diffusa di vivere in uno stato di crisi permanente, tra tensioni geopolitiche, emergenze climatiche e instabilità economica. I social apparivano allora spazi più spontanei: gli algoritmi non avevano la stessa efficacia di oggi e la cultura dell’influencer era ancora poco sviluppata. Proprio in quell’anno Instagram introduceva le Stories, inizialmente utilizzate in modo istintivo e naïf: video sfocati, testi colorati, emoji sparse senza una logica precisa.
Dal 2017 in poi, però, l’ecosistema digitale cambia rapidamente: più pubblicità, più competizione, più orientamento alla performance. È per questo che, nel racconto collettivo, il 2016 viene ricordato come un’epoca in cui le difficoltà esistevano, ma non sembravano permeare ogni aspetto della quotidianità. Un tempo avvertito come più gestibile, più umano.




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