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Brand · 17 giugno 2026 · 7 min
Sketch, Figma, Framer: cosa usa oggiuno studio di design serio in Italia.
Sketch è morto, lunga vita a Figma. Poi è arrivato Framer e qualcuno ha iniziato a sussurrare che anche Figma, in fondo, è già un tool da rimpiazzare. La verità, come sempre, è meno spettacolare di quello che racconta LinkedIn.
Negli ultimi diciotto mesi abbiamo parlato con head of design di studi indipendenti tra Milano, Bologna e le Marche, confrontato workflow interni di agenzie strutturate e provato in produzione ogni tool che prometteva di sostituire quello precedente. Quello che segue non è una recensione comparativa né un endorsement: è una fotografia onesta di cosa sta realmente succedendo dentro gli studi di design italiani nel 2026, dove i tool non sono religioni ma strumenti, e la scelta sbagliata costa giornate di lavoro, non like.
1. sketch, lo standard che nessuno cita più (ma qualcuno usa ancora)
Sketch è stato il tool che ha legittimato il digital design come disciplina autonoma. Per circa otto anni è stato la lingua franca degli studi italiani, dal piccolo collettivo padovano fino alle agenzie milanesi con cinquanta designer. Oggi, in produzione attiva, lo trovi in meno del 5% degli studi che abbiamo mappato.
Chi lo usa ancora lo fa per due ragioni precise: archivi storici di file legacy troppo costosi da migrare, oppure preferenze personali di senior designer abituati a un'interfaccia che, oggettivamente, in alcune operazioni resta più rapida. È un tool macOS-only, e questa scelta identitaria nel 2026 è diventata un problema concreto quando devi collaborare con sviluppatori, clienti e PM che lavorano su qualsiasi sistema.
*Sketch oggi non è cattivo. È semplicemente diventato un tool da solista, in un'industria che lavora a squadre distribuite.*
2. figma, lo standard di fatto (e cosa significa davvero)
Tra gli studi che abbiamo analizzato, oltre l'85% ha Figma come strumento centrale di lavoro. Non è una sorpresa, ma il dato interessante è un altro: dopo l'acquisizione da parte di Adobe, naufragata, e la successiva fase di stabilizzazione, Figma ha smesso di essere percepito come "il nuovo arrivato" ed è diventato l'infrastruttura.
Questo cambia tutto. Quando un tool diventa infrastruttura, le sue limitazioni smettono di essere tollerate come quirk simpatici e iniziano a pesare. Le performance su file molto complessi, la gestione dei design system su organizzazioni con molti team, il pricing per posti che lievita appena scali: sono le conversazioni reali dentro gli studi italiani oggi.
Le funzionalità rilasciate negli ultimi diciotto mesi (Dev Mode maturato, Sites in beta, integrazioni AI native) hanno chiuso buona parte del gap che spingeva alcuni team verso alternative. Ma hanno anche reso Figma un prodotto più denso, dove l'onboarding di un junior richiede settimane prima di muoversi con disinvoltura.
Per uno studio strutturato che lavora con PMI su brand, web e prodotto digitale, Figma resta la scelta default razionale. Non perché sia il migliore in ogni singolo task, ma perché è quello dove tutti gli altri attori della filiera sanno già muoversi.
3. framer, il caso più frainteso del 2026
Framer è il tool di cui si parla di più e che si capisce di meno. Negli ultimi due anni ha smesso di essere un prototyping tool per diventare una piattaforma di pubblicazione di siti, in diretta competizione con Webflow più che con Figma.
Negli studi italiani che abbiamo analizzato, Framer è entrato in produzione nel 25% circa dei casi, ma quasi sempre per un perimetro specifico: landing page di campagna, siti vetrina di fascia alta, portfolio di brand emergenti, micrositi di prodotto. È rarissimo trovarlo come piattaforma su cui sviluppare l'intero ecosistema digitale di un cliente strutturato.
Perché funziona bene su questo perimetro: time-to-publish ridotto rispetto a un flusso classico Figma + sviluppo custom, qualità delle animazioni nativa, controllo del designer sul risultato finale senza passaggi intermedi. Perché fa fatica oltre questo perimetro: integrazioni complesse limitate, gestione di contenuti su scala enterprise ancora acerba, lock-in di piattaforma che alcuni clienti non possono accettare.
*Framer non è un sostituto di Figma. È un sostituto, parziale, del flusso che porta dal design alla pubblicazione.*
4. cosa stanno effettivamente usando gli studi italiani strutturati
La fotografia reale dello stack negli studi italiani che lavorano con PMI tra Lombardia, Marche ed Emilia è meno romantica di quanto LinkedIn lasci credere. Si compone più o meno così:
- Figma per design system, UI, prodotto digitale, collaborazione con clienti e sviluppo
- Framer per landing, siti vetrina selezionati, prototipi pubblicabili
- Webflow per progetti web di media complessità con esigenze CMS robuste
- Adobe (Illustrator, Photoshop, InDesign) per asset di brand identity e print
- Notion o Linear per gestione progetto e documentazione design
Il tool non è quasi mai uno solo. La competenza distintiva di uno studio serio nel 2026 non è la padronanza di un singolo strumento, ma la capacità di scegliere il giusto stack per il giusto progetto e farlo dialogare senza attriti con i sistemi del cliente.
5. quando ha senso passare a un nuovo tool (e quando no)
La domanda che ci arriva spesso da marketing manager e imprenditori è la stessa: "Il nostro fornitore lavora su X, dovremmo chiedergli di passare a Y?". La risposta corta è: quasi sempre no, e per ragioni che hanno poco a che fare con il design.
Cambiare tool ha senso quando il tool attuale produce uno specifico danno misurabile: tempi di handoff con sviluppo che si dilatano, impossibilità di collaborare in tempo reale con stakeholder, costi di licenza che non scalano con la crescita del team, lock-in che limita il riuso degli asset.
Cambiare tool non ha senso quando la spinta arriva da una sponsorizzazione su YouTube, da un competitor che ha rifatto il sito su Framer e sembra molto figo, o dalla sensazione che "Figma sta diventando vecchio". I tool seguono i workflow, non li precedono. Uno studio che ti propone un cambio di stack senza spiegarti quale problema concreto risolve sul tuo progetto sta vendendo se stesso, non sta facendo il tuo interesse.
6. cosa cambierà nei prossimi diciotto mesi
Tre dinamiche meritano attenzione, senza diventare allarmismo. La prima: l'integrazione di AI generativa dentro i tool di design sta accelerando, ma per ora produce più velocità nei task ripetitivi che vere rivoluzioni metodologiche. La seconda: la convergenza tra design e pubblicazione, di cui Framer è il caso più visibile, comprimerà ulteriormente il confine tra ruoli, con conseguenze sul tipo di studio che potrà ancora competere senza competenze ibride. La terza: la pressione sui pricing dei tool collaborativi, già evidente, costringerà gli studi a ridiscutere come ribaltano questi costi sui progetti.
Nessuna di queste dinamiche giustifica una riscrittura immediata dello stack. Tutte e tre, invece, suggeriscono che la conversazione corretta con il proprio partner di design non riguarda quale tool usa, ma come ragiona sulla scelta dei tool.
*Lo studio di design serio nel 2026 non è quello che usa il tool più nuovo. È quello che sa spiegarti, con parole semplici, perché ha scelto quello che ha scelto, cosa cambierebbe se cambiasse, e cosa costerebbe a te questa decisione. Tutto il resto è marketing dei produttori di software, travestito da cultura del progetto.*
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